Mario Liverini e Giada Stallone
“Polaroid”
Mercoledì 8 febbraio 2012, ore 18.30
Fondazione “Gerardino Romano”
Piazzetta G. Romano 15
Telese Terme (BN)
Mercoledì 8 febbraio 2012, alle ore 18.30, la Fondazione “Gerardino Romano”, sede sociale in piazzetta G. Romano, n. 15, Telese Terme (BN), nel settimo appuntamento dell’iniziativa “Fondazione in Controluce”, ospiterà Mario Liverini e Giada Stallone, studenti dell’Istituto Superiore Telesi@. L’incontro sarà coordinato dal prof.ssa Barbara Bruno. L’argomento della trattazione sarà:“Polaroid”. La fotografia da duecento anni ferma il tempo e porta momenti indimenticabili sempre con noi. Ma cosa si nasconde dietro una bella foto? Tecnica, passione, conoscenza, sacrificio. Purtroppo queste emozioni e questi complessi labirinti di idee non vengono colti dallo spettatore che non conosce le tecniche di fotografia. Ed ecco che Giada e Mario, due studenti dell’Istituto Superiore Telesi@, ci guideranno in un affascinate percorso, dalla storia della fotografia, alla composizione delle Reflex, analizzando tappa per tappa i momenti più significativi. Dopo una breve presentazione sugli artisti e sugli autori più noti del panorama mondiale, seguirà la proiezione di alcune fotografie, scatti inediti e originali, immortalati dai nostri due protagonisti.
Si tratta di un viaggio fresco e in “controluce”, teso a riscoprire la grande forza della fotografia, le sue infinite potenzialità comunicative, nel rievocare ed esternare le emozioni, a suon di semplici clic.
Gli incontri della Fondazione, aperti al pubblico, si svolgono ogni settimana e rappresentano un momento di confronto dialettico volto a favorire una crescita culturale, equilibrata e sostenibile, del territorio sannita.
“Fondazione in Controluce”
E’ l’iniziativa pilota della Fondazione Romano e del Gruppo di studenti che collaborano con il giornale d’Istituto “Controluce”, si colloca nell’ambito del più ampio progetto con il quale la Fondazione Romano, da tempo impegnata sul territorio della provincia di Benevento e in particolare della Valle Telesina, si apre alla collaborazione con gli Istituti Scolastici dando voce alle eccellenze e alle conoscenze degli alunni, non solo dei docenti. Il progetto consiste in una serie di appuntamenti, che si tengono l’ultimo mercoledì di ogni mese, di cui sono protagonisti giovani conferenzieri, nello spirito di ascoltare quello che i giovani sanno e hanno da dire.
Mario Liverini, 16enne di Telese Terme, frequenta il III anno del Liceo Scientifico dell’IIS Telesi@. Vicedirettore di “Controluce”, studia pianoforte da 6 anni; è appassionato di informatica, economia e letteratura.
Giada Stallone, 16enne di Telese Terme, studente al III anno del Liceo classico dell’IIS Telesi@.
Membro di Controluce e responsabile della fotografia, è appassionata di musica, letteratura e attività sportive.
di Matteo Di Donato
Tutte le scuole del territorio comunale (Infanzia, Primarie e Secondarie) e le sedi distaccate di Guardia e Solopaca dell’I.I.S. resteranno chiuse il giorno 4 febbraio 2012 a causa del maltempo. E’ quanto decretato nelle diverse ordinanze comunali per l’eccezionale nevicata abbattutasi sull’intera provincia di Benevento che ha determinato gravi ostacoli alla transitabilità delle strade di comunicazione tra i Comuni della Valle Telesina.
Si legge nel comunicato (allegato all’articolo) che il suddetto “codice rosso” disposto dalla Polizia Stradale di Benevento e decretato dal Compartimento ANAS Campania è indetto al fine di salvaguardare la pubblica incolumità, non potendo essere garantito il regolare svolgimento delle attività per la mancanza del personale docente ed ausiliario.
Di Diletta Di Bartolo*
Non facevano che ripeterci: “Voi siete i testimoni di Sarajevo” ed io adesso voglio diventarlo. Io sono una testimone di Sarajevo e ve la voglio raccontare da un punto di vista che sicuramente non conoscete: il mio. Ho visto per la prima volta questa città l’estate scorsa, quando sono partita con gli scout per fare servizio come animatrice ai bambini del posto. Non sapevo cosa dovermi aspettare. Non conoscevo le ragioni politiche che avevano portato il paese alla guerra e probabilmente non le conosco bene tuttora. Non sapevo come avrei potuto interagire con dei bambini che non capivo. Sono arrivata bianca e come carta assorbente ho raccolto tutto l’inchiostro che mi veniva offerto. Adesso vi voglio parlare non di politica, ma di umanità. Vi voglio parlare non di guerra, ma di famiglie deturpate. Non di vinti e vincitori, non di parte lesa e parte che lede, ma di persone, di sogni rubati, di infanzie perdute e amori stroncati. Vi racconterò di Admira Ismic e Bosko Brikic, entrati nella storia come i Romeo e Giulietta di Sarajevo. I due giovani, lei di professione musulmana, lui di origine serba, avevano resistito all’odio etnico grazie al loro amore solido e passionale. Volevano coronare il loro sogno d’amore in qualsiasi angolo della Terra che fosse il più lontano possibile dall’ incubo dei cecchini e delle granate. Ed è così che morirono mano nella mano, nella “terra di nessuno” che separava la zona musulmana da quella serba della capitale bosniaca. I loro corpi abbracciati divennero il simbolo della tragedia. Vi racconterò adesso di Gabriele Moreno Locatelli, pacifista italiano ucciso da un cecchino il 3 Ottobre del 1993. Gabriele faceva parte dei beati costruttori di pace e durante quel drammatico 3 Ottobre, insieme ad altri quattro pacifisti. stava attraversando il ponte Vrbanja per deporre una corona di fiori nel punto in cui era morta la prima vittima della guerra. Avevano voglia di dimostrare che a Sarajevo la vita poteva andare avanti. Che avevano voglia di vivere, non di sopravvivere. Volevano dimostrare che erano tutti vittime di una demagogia che li aveva accecati, che li aveva convinti ad odiarsi fra vicini di casa, a combattersi fra amici. Volevano ricordare a tutti che quella loro diversità era sempre stata fonte di ricchezza e non di divisione. Per questo motivo Gabriele Moreno Locatelli il 3 Ottobre del 1993 venne raggiunto dai proiettili di un cecchino. La sua uccisione è interpretabile come una cinica volontà di riaffermare l’esistenza della linea della morte che divideva in due la città. E infine voglio raccontarvi le lacrime di una mamma a cui è stato strappato il figlio dalle braccia per essere condotto a morte certa nei campi di battaglia. Voglio raccontarvi di un uomo che ha visto accanto a sè la mano fredda della morte, un uomo che si trovava sulla traiettoria di una granata, si è scansato di poco per accendersi una sigaretta, quel tanto che bastava da sopravvivere. Vi voglio raccontare del tunnel della speranza, l’unico contatto con l’esterno che permetteva il rifornimento di viveri e munizioni. Vi voglio raccontare di quelle famiglie che ancora oggi aspettano di poter seppellire i propri cari. Vi voglio raccontare di quel panorama mozzafiato che ho visto dal belvedere di Sarajevo: vedevo ai miei piedi una città meravigliosa e un milione di lapidi. Ho voluto portare la mia testimonianza nonostante sia piccola, nonostante forse verrà presto dimenticata. Ho voluto portarla perchè Madre Teresa diceva: “Quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano. Ma se non ci fosse quella goccia, all’oceano mancherebbe quella goccia perduta [...]“. Ho voluto portarla perchè il dramma di Sarajevo non si ripeta e perchè, purtroppo, più inchiostro assorbivo più mi rendevo conto di quanto il nostro paese sia pericolosamente vicino a ripercorrere lo stesso triste destino. La diversità è ricchezza, non dimenticatelo. Non dimenticate Sarajevo.
*Studentessa del liceo scientifico di Messina
IL LUOGO DELLE BETULLE
di Francesca Acanfora
Tanti ragazzi, un aereo intero, 20 regioni e 20 scuole diverse, tra cui la nostra, l’I.I.S. Telesi@, rappresentata da 5 ragazzi: Ivo Pacelli, il nostro rappresentante d’Istituto, Ilaria Tazza, Francesca Natillo, Luca Natillo, Francesca Acanfora accompagnati dalla prof.ssa Gabriella Zoschg.
Tanti ragazzi, un aereo intero, tutti riuniti a Roma con un unico scopo: formarsi. È stato un dovere nei confronti delle vittime di Auschwitz, nei confronti dell’Italia, che il ministro dell’Istruzione, Profumo, insieme alla nostra Preside Domenica Di Sorbo, ci ha permesso di assolvere.
Tanti ragazzi, un aereo intero, insieme per fare l’Italia.
Ed ora che, dopo due giorni che sono sembrati quasi 7, siamo di nuovo qui a compiere il dovere che ci è stato affidato in qualità di delegazione: trasmettere a tutti quello che abbiamo vissuto. Ebbene, quello che avete imparato in tutti questi anni in cui il nostro istituto si è impegnato a non farci dimenticare è esattamente così: i capelli, le scarpe, lo Zyklon B, la cremazione, il block, è tutto così come lo abbiamo imparato dentro le nostre aule, al calduccio, con lo stomaco pieno e tutti i comfort.
C’è un’unica differenza: è tutto vero.
Non è una realtà virtuale, che esiste solo nel foglio che abbiamo stampato da Wikipedia in occasione della Giornata della Memoria o che si ferma ad una conferenza toccante e accorata: esiste. Non c’è più in mezzo uno schermo, un obbiettivo, un foglio. È tutto vero. Quell’argine che si era formato quasi per istinto di conservazione nelle nostre menti, che ci impediva di credere a questa orribile storia fino in fondo è stato messo a dura prova: cosa puoi dire davanti al muro dove neonati, bambini, famiglie sono stati fucilati? Quale bugia puoi raccontare a te stesso davanti a quel forno?
Le betulle tacevano.
Tante betulle, nude, fingono di essere morte, forse per rispetto a tutte le vittime del campo. Birkenau, il “luogo delle betulle”.
Si lasciano ricoprire dalla neve freddissima, come ogni pietra del luogo. È tutto scientificamente, schifosamente ordinato. Pulito, disabitato.
Ci si aspetta di vedere, appena entrati, chi sa quante e quali atrocità: in realtà si vedono solo costruzioni, i cosiddetti “block”. Eppure, credetemi, anche solo questa vista è sufficiente a inorridire, a legare il cuore, stretto, con quel filo spinato…
Il sole batteva placido e il vento percuoteva docilmente i panni stesi sui fili di rame del corrimano dei balconi.
Garney volse il suo sguardo al di là della finestra della sua cameretta, destandosi dall’ipnotico monitor del computer che, con la meticolosità propria di una cardiografia, elencava le operazioni dei suoi amici collegati a Facebook – condivisioni di aforismi di pensatori illustri atti a suggellare la realtà di un amore tormentato; propositi di una vita nuova, solare, lontana dai cedimenti del passato e dalla vacuità delle speranze; canzoni, vignette, parole al vento, risate virtuali a ricordi inesistenti; promesse di eterna amicizia; e tante altre ostentazioni di filosofie di vita e sentimenti in fondo non sentiti.
Perlustrando l’ambiente a lui più prossimo, Garney si domandò per l’ennesima volta se fosse dignitoso – e salutare – continuare a trascorrere i giorni che rimanevano delle festività natalizie in una stanza versata in simili condizioni.
Una sedia che avrebbe dovuto dare ospitalità ad un amico rappresentava la precaria dimora di una mole caotica di vestiti indossati solo una sera, abbandonati al destino di essere seppelliti sotto cumuli di indumenti di quotidiano uso. La scrivania, luogo di studio secondo le aspettative delle madri e la complicità degli addetti al montaggio dei mobilifici, era ingombra di libri di testo, romanzi, album musicali, custodie di CD prive del loro contenuto sparso chissà dove, sfilze di appunti, fumetti, dizionari che in una stanza degna di essere definita tale sarebbero stati riposti su delle mensole o – perlomeno – incuneati grossolanamente nei meandri di austeri e sempre discreti cassetti. Per non parlare del dispersivo viluppo formato dall’intrecciarsi di cavi USB, spinotti, caricabatterie di cellulari, videocamere e lettori musicali che concedeva ad una semplice camera da letto il suggestivo aspetto di una navicella spaziale sopravvissuta ad un collasso.
Quanto sarebbe costato alzarsi, tirarsi su le maniche, e impiegare qualche decina di minuti del proprio tempo – in ogni modo imprigionato nell’incessante vortice di pigrizia e dissolutezza scandito da ogni secondo perso a rimuginare sulle proprie angosce – a rifare il letto o, non so, stilare una cernita dei fogli da buttare o da conservare? Garney decise di non dare importanza all’argomento. La situazione si sarebbe risolta: un giorno, preso dalla contentezza di invitare qualcuno a cena, si sarebbe dato da fare e avrebbe trasformato la sua stanza da il covo di un accaparratore ad un raffinato e pieno di stile luogo di ritrovo.
Flemmatico e ancora non del tutto sicuro delle proprie intenzioni, Garney considerò opportuno scaricare nella tazza del gabinetto i fazzoletti appallottolati imbevuti di muco che la scrivania – spaziosa, così da rendere pratico il destreggiarsi di uno studente modello tra l’insorgere di penne, libri e fogli coi quali condurre e portare a compimento i compiti – aveva la portata di ospitare.
I compiti. Mancavano poco più di dieci giorni alla ripresa del ritmo scolastico e Garney, non avendo aperto ancora un solo libro, si domandò se si fosse pienamente goduto quella prima parte di riposo che le festività natalizie elargivano. Dì lì a poco sarebbe iniziato un nuovo anno, territorio nel quale far germogliare attitudini e abitudini nuove, dimensione nella quale proiettare tutti i sogni e i progetti che nell’anno trascorso non hanno avuto la fortuna di realizzarsi, di divincolarsi da tutti gli impedimenti che la vita offre per affermare la propria promessa di esistere. Forse non è così immaturo bramare una vita diversa, illudersi di poter superare l’invalicabile muro delle proprie ipocrisie e scorgere dall’altra parte un giardino non contaminato da ciò che siamo.
Ciò di cui l’essere umano ha bisogno per convivere nel pazzo mondo della contemporaneità è il silenzio di un terreno sul quale abbarbicarsi, impiantare radici; abbracciare un puro e semplice ideale e fondersi ad esso con la speranza che i raggi del sole riescano a perforare il soffice manto bianco delle nubi.
Garney non si premurò di riflettere sulla veridicità delle proprie congetture. Il computer poteva svelare imprevedibili tesori – e com’è calda e confortante la stufa!
di Ciro Alessio Formisano
Nevè Shalom-Wahat Al-Salam, romanzo d’esordio dell’emergente scrittore Nuccio Franco, si inscrive in quel novero di racconti la cui forza è rappresentata dal valore della testimonianza. Fin dalle prime pagine, il lettore si imbatte nel vortice di un viaggio e, attraverso le parole e le riflessioni della voce narrante, assiste ad una carrellata di storie, paesaggi, realtà che appartengono a territori lontani, combattuti, contraddittori, le cui vicende sono tutt’ora in parte ignorate o mal comprese dal mondo occidentale: il Medio Oriente.
Tappa finale del viaggio dei protagonisti – volontari sensibili alle realtà che nel Medio Oriente trovano dimora – è la città di Nevè Shalom-Wahat Al-Salam, situata a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme ( due città emblematiche, rappresentati i due diversi cuori di Israele: l’uno improntato alla cultura occidentale, l’altro a quella specificamente medio-orientale), il cui nome rimanda ad una famosa massima della Bibbia: “Il mio popolo abiterà in un’oasi di Pace” (Isaia, 32,18).
Nevè Shalom-Wahat Al-Salam rappresenta per l’appunto un’oasi di pace, un locus amoenus, un territorio nel quale Ebrei e Arabi palestinesi hanno finalmente deposto le armi della loro atavica contesa per abbracciare un progetto condiviso: la pacifica convivenza. Fondata alla fine degli anni ’60 per iniziativa del padre domenicano Bruno Hussar, Nevè Shalom è diventata nel corso degli anni un nucleo, un ecosistema di missionari, medici, volontari che collaborano al raggiungimento della tanto agognata convivenza degli Ebrei e degli Arabi palestinesi, i due diversi popoli che negli ultimi cent’anni si sono battuti per la proprietà della Palestina.
“Se non ci si conosce, se non ci si accetta, la pacifica convivenza resterà un’illusione”
Nuccio Franco, attraverso il progetto di cui si fa testimone la città di Nevè Shalom-Wahat Al-Salam, ripropone una realtà evidente che purtroppo, a causa dei biechi interessi degli uomini, non riesce ad entrare nel costume delle diverse culture: solo la comunicazione con l’Altro può generare l’effettiva conoscenza di diversi popoli; solo il confronto e la condivisione di usanze può superare il vuoto dell’indifferenza e della paura che gli esseri umani tendono a nutrire nei confronti del prossimo, del diverso. “La disperazione, la disillusione e l’ignoranza” sono le principali fonti attraverso cui si dipanano le ragioni dell’insofferenza nei confronti del prossimo; solo contrastando esse, attraverso l’istruzione e una sincera guida politica, è possibile raggiungere uno stabile rispetto e una disinteressata convivenza tra le persone.
Incarnazioni degli ideali di un mondo migliore sono i due reali protagonisti della vicenda del racconto di Nuccio Franco, Jan e Safiyya. Un uomo e una donna, appartenenti a culture e popoli diversi, che hanno deciso di amarsi rifiutando le distanze religiose e politiche delle comunità da cui hanno origine.
“L’amore era per loro complicità, condivisione al di là della propria storia, delle rispettive credenze che per essi rappresentavano mere convenzioni.”
Dalla lettura del racconto, traspare la convinzione che proprio la spiritualità, la cui codificazione – la religione – rappresenta la prima fonte di contese, possa rappresentare il veicolo attraverso cui pervenire ad una reciproca conoscenza. La voce narrante, attraverso i cui occhi possiamo scorgere tutto ciò che germoglia nelle vaste e sconosciute regioni del Medio Oriente, con un linguaggio semplice e diretto trasmette al lettore il nobile valore della spiritualità umana, unica e tendente al vero Essere – vuoi che esso sia Dio, Allah o Buddha.
Una dimensione di convivenza, un territorio di commistione di diverse culture è difatti rappresentato nel racconto da un luogo di culto, l’Arco dell’Ecce Homo alle porte di Damasco.
“Ci si parò davanti un reticolo di vicoli ed archi che sembravano inchiottirti, in un dedalo di pietre color ocra e continui scalini , dove ci si imbatteva nelle culture più disperate tra bambini palestinesi, done veale ed ebrei ortodossi con cappelli dalla larghe falde ed il ricciolo sporgente. Ci sentivamo davvero al centro dell’umanità, del passato e del presente ma con un occhio al futuro in una terra dove ognuno cercava quotidianamente di ritagliarsi il proprio spazio, la propria ragion d’essere nel mondo.”
Nevè Shalom-Wahat Al-Salam è un romanzo sincero, spoglio di qualsiasi orpello retorico tipico della narrazione. Abbraccia un linguaggio universale, dotato di lunghi e riflessivi attimi di silenzio. Attraverso i colori dei mosaici, delle case, dei paesaggi e attraverso la paura che si scorge negli occhi di chi giorno dopo giorno, in quei territori, vive in compagnia della morte, Nuccio Franco semplicemente testimonia, rende partecipe il lettore di realtà a lui distanti.
“Solo in questi momenti riesci a capire, osservando la povertà e la distruzione che avanzano di metro in metro, fra cumuli di macerie e manifesti politici”
1. Nel suo ultimo romanzo Nevè Shalom – Wahat Al – Salam ( Edizioni GDS ) le forze che animano il rapporto tra i due protagonisti, Jan e Safiyya, sono la comunicazione e il possesso di un progetto condiviso. A suo avviso, è possibile, sul piano tecnico, adottare in Italia, paese nel quale molte popolazioni africane e mediorientali riconoscono forme di vita migliori da quelle dalle quali hanno origine, progetti di sincera e costruttiva coesione sociale tra popoli aventi tradizioni e religioni diverse?
N.F.: Personalmente parto sempre da presupposto che la diversità e la sua conseguente accettazione, costituiscano in linea generale momenti di crescita personale, a prescindere da orientamento politico, razza o religione.
Si, reputo possibile che anche nel nostro paese si possano realizzare progetti di coesione sociale, a condizione del rispetto delle altrui individualità. Rispetto alle condizioni di vita, migliori rispetto ai paesi di provenienza, credo siano utili ad agevolare l’integrazione e la coesione sociale, a prescindere dalla differenza di credo e di tradizioni, cui ciascun popolo resta fisiologicamente legato com’è giusto che sia.
E’ importante, infatti, che sui principi generali si parta da presupposti comuni quali la reciproca accettazione e la volontà di conoscersi e confrontarsi, andando a fondo anche della cultura dell’altro ed evitando di partire da convinzioni valide erga omnes. Se poi c’è chi mangia cous cous o pizza,chi prega in chiesa o in moschea poco importa. Ciò che conta è l’individuazione di ideali e ragioni di vita comuni.
2. I conflitti arabo-israeliani , che in seguito alla creazione dello Stato d’Israele del 1947 hanno anno dopo anno continuato a rincrudirsi, sembrano non trovare soluzioni di resa. Alla base di tali contese vi sono una molteplicità di fattori, ultimi fra tutti religiosi. Da giornalista sensibile e vicino a tali realtà, ritiene che sia avvertita da entrambe le fazioni una sperata e sincera pacificazione? Le strutture politiche di tali regioni avvertono l’esigenza di una convivialità?
N.F: Le motivazioni religiose sono, a mio avviso, una parte importante del problema ma non l’unico. Un ruolo decisivo è svolto da ragioni di carattere politico. In attesa di un accertamento (chissà se e quando) di una verità storica,l’occupazione di Israele di terre sino ad allora abitate dai palestinesi in virtù di un diritto divino (nel vero e proprio senso della parola) e la reazione di questi che si vedono defraudati delle proprie case, del proprio territorio e che ritengono tale atteggiamento vessatorio, sono le vere ragioni del conflitto.
Certo, non sono ottimista circa il fatto che nel breve periodo si possa giungere ad una intesa dopo i tanti fallimenti passati; tuttavia, sono persuaso del fatto che la gente comune che semmai vive fianco a fianco e che affronta i problemi di tutti i giorni, se da un lato rischia di subire le pressioni dei rispettivi politici, dall’altro ne ha abbastanza di un continuo conflitto ed invoca una normalizzazione dei rapporti.
3. Il suo impegno sociale e professionale di testimonianza e informazione è da tutti riconosciuto. In seguito alle tante conferenze di cui è stato relatore, ritiene che gli italiani, e in particolare i giovani, siano ponderatamente informati su tali questioni? In che modo può la scuola sensibilizzare gli studenti a questi scenari?
N.F: I mezzi di comunicazione hanno una grande responsabilità sotto questo punto di vista, ossia fornire una informazione corretta ed imparziale su determinati fenomeni quali l’immigrazione o conflitti. Spesso,però,hanno contribuito a determinare quell’effetto di nevrosi collettiva non sorretta da valide argomentazioni di carattere scientifico, religioso e culturale e ad accomunare in un unicum tutti i musulmani, con la tendenza a dare molto più risalto alle sue frange più reazionarie.
Per anni, dunque, si è in un certo senso alimentata la cultura del sospetto che ha provocato diffidenza se non vera e propria violenza.
I giovani, in alcuni casi subiscono atteggiamenti ed opinioni del politico di turno o diffusi in famiglia ma, altrettanto spesso, rappresentano quella parte critica della società che aiuta il difficile processo di integrazione e pacificazione. L’assoluta dimestichezza con internet, l’avere amici e compagni di scuola di nazionalità diverse, li pone senza dubbio in una posizione di favore nell’accettazione e comprensione del fenomeno del multiculturalismo.
Il ruolo della scuola, su questo come su altri aspetti della società è fondamentale, oserei dire basilare. E’ compito delle istituzioni scolastiche e di tutti gli operatori culturali fungere da ponte tra diverse culture attraverso la creazione di momenti utili al confronto ed alla scoperta di culture diverse dalla nostra, certo, ma con molti più aspetti in comune di quanto si possa credere.
di Ciro Alessio Formisano
Conversazione con
Lucrezia Burro e Federica Ciambrelli
“Oriente e Occidente: emisferi cerebrali e paradigmi culturali”
Giovedì 22 dicembre 2011, ore 18.30
Fondazione “Gerardino Romano”
Piazzetta G. Romano 15
Telese Terme (BN)
Giovedì 22 dicembre, alle ore 18.30, la Fondazione “Gerardino Romano”, sede sociale in piazzetta G. Romano, n. 15, Telese Terme (BN), nel sesto appuntamento dell’iniziativa “Fondazione in Controluce”, ospiterà Lucrezia Burro e Federica Ciambrelli, studenti dell’Istituto Superiore Telesi@. L’incontro sarà coordinato dal prof. Felice Casucci. L’argomento della trattazione sarà:“Oriente e Occidente: emisferi cerebrali e paradigmi culturali”. Differenti percorsi storici e diversi fattori esterni hanno portato allo sviluppo di due principali culture tanto contrastanti quanto vicine fra loro. Parliamo della cultura occidentale e di quella orientale, i cui confini non sono solo geografici ma anche sociali e culturali. Diversi modi di condurre la vita, diversi costumi, diversi passati suppongono impossibile un punto di incontro tra realtà così dissonanti. Eppure queste due realtà apparentemente lontane tra loro hanno influito in maniera determinante l’una sull’altra durante la nascita e la formazione delle loro più importanti dottrine.
Si tratta di un viaggio fresco e in “controluce”, teso a smentire i preconcetti e i pregiudizi del passato, a riconciliare due paradigmi culturali che hanno nell’essere diversi il loro valore principale. Dalla struttura anatomica dell’uomo, che già in minuscolo rispecchia il contrasto Occidente-Oriente, fino ai diversi modi di concepire la realtà, passando per la logica, la filosofia e l’attualità.
Gli incontri della Fondazione, aperti al pubblico, si svolgono ogni settimana e rappresentano un momento di confronto dialettico volto a favorire una crescita culturale, equilibrata e sostenibile, del territorio sannita.
“Fondazione in Controluce”
E’ l’iniziativa pilota della Fondazione Romano e del Gruppo di studenti che collaborano con il giornale d’Istituto “Controluce”, si colloca nell’ambito del più ampio progetto con il quale la Fondazione Romano, da tempo impegnata sul territorio della provincia di Benevento e in particolare della Valle Telesina, si apre alla collaborazione con gli Istituti Scolastici dando voce alle eccellenze e alle conoscenze degli alunni, non solo dei docenti. Il progetto consiste in una serie di appuntamenti, che si tengono l’ultimo mercoledì di ogni mese, di cui sono protagonisti giovani conferenzieri, nello spirito di ascoltare quello che i giovani sanno e hanno da dire.
Lucrezia Burro, 17enne di Amorosi, studente al IV anno del Liceo Scientifico dell’IIS Telesi@. Membro di “Controluce” è appassionata di lingue, giornalismo e attività sportive.
Federica Ciambrelli, 16enne di Amorosi, studente al IV anno del Liceo scientifico dell’IIS Telesi@. E’ appassionata di filosofia, musica e giochi matematici.
Venerdì 23 dicembre alle 21.30 presso Happy Days in via Caio Ponzio Telesino, dopo due anni di intense attività che li hanno visti salire su innumerevoli podi della scena locale e dell’intero Mezzogiorno ritornano gli Anonimi Per Adesso con:
MARIO MENDILLO**__vocal_guitar**
ALBERTO PAGANO**_guitar_background vocalist*
PIPPO GALO’**_bass*
RICCARDO DI PAOLA**_drum
e ANTONIO EREDITARIO ( manager e grafico)
Intanto la loro pagina su FB (http://www.facebook.com/pages/Anonimi-per-adesso/266642001217?sk=app_2405167945) conta già più di 600 fans ed è in continua ascesa.
Per maggiori informazioni e per ascoltare i loro brani : http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.myspace.com%2Fanonimiperadesso&h=vAQHVsOQj
“Cinque ragazzi, cinque amanti della Musica qui per suonare per voi!Contro nulla,a favore delle emozioni.Musica.Questa la parola chiave, la nostra passione. E la facciamo con il cuore.Rock on!”